PARCO NAZIONALE DI AMBOSELI

AI PIEDI DEL MONTE KILIMANJARO

IL TRAGITTO

Lasciamo il Lago Nakuru alle prime luci del mattino. La destinazione è il Parco Nazionale di Amboseli, uno dei più iconici del Kenya grazie alla presenza del Kilimangiaro sullo sfondo.

Il trasferimento è lungo e ci porta nuovamente a passare nei dintorni di Nairobi. Percorriamo quella che è la principale arteria stradale del Paese, una strada che collega la capitale alla costa dell’Oceano Indiano, fino a Mombasa e Watamu.

Accanto all’asfalto corre quasi sempre la nuova ferrovia del Kenya, inaugurata pochi anni fa e costruita da aziende cinesi. Rafael ci racconta che ha cambiato profondamente il modo di spostarsi tra Nairobi e la costa.

Ogni volta che vede passare il treno si illumina.

Sorride e lo indica con entusiasmo, proprio come facciamo noi quando avvistiamo un leone.

In fondo, ognuno ha le proprie meraviglie.

La strada, però, è tutt’altro che rilassante. È composta da una sola corsia per senso di marcia e i sorpassi sono spesso al limite dell’incredibile. In alcuni momenti ci ritroviamo addirittura in quattro veicoli affiancati, mentre camion, autobus e automobili cercano contemporaneamente di guadagnare qualche metro.

Superato il villaggio di Emali, il traffico diminuisce e imbocchiamo una strada secondaria.

È durante questo tratto che realizzo una cosa che mi accompagnerà per tutto il viaggio.

Di solito organizziamo sempre i nostri itinerari in autonomia. Ci piace fermarci dove vogliamo, esplorare i paesi, entrare nei negozi, osservare la vita quotidiana senza programmi prestabiliti.

In Kenya è stato diverso.

Attraversiamo decine di villaggi, quasi tutti composti da piccoli edifici in lamiera, spesso dipinti con le pubblicità delle compagnie telefoniche come Safaricom.

Eppure non ci fermiamo mai.

Non chiedo nemmeno a Rafael il motivo.

Forse per ragioni di sicurezza. Forse per evitare che i turisti vengano continuamente avvicinati dai venditori. Forse semplicemente perché è così che funzionano i safari organizzati.

Resta il fatto che tutte le jeep seguono lo stesso schema: ci si ferma esclusivamente in apposite aree di sosta, grandi punti di ristoro con bagni, ristoranti e negozi di souvenir.

Per chi è abituato a viaggiare in autonomia è una sensazione insolita.

È come osservare il Kenya da vicino senza poterci entrare davvero.

IL PARCO

L’ultimo tratto che conduce all’ingresso del Parco Nazionale di Amboseli è completamente sterrato.

Il paesaggio cambia ancora una volta.

Rispetto al Maasai Mara la vegetazione è molto più arida. Gli alberi sono più radi, il terreno è secco e polveroso, anche se qua e là compaiono grandi distese verdi alimentate dalle acque che scendono dal Kilimangiaro.

E poi c’è lui.

Il monte più alto dell’Africa.

Per gran parte della giornata resta nascosto dalle nuvole, ma ogni tanto la cima compare all’orizzonte regalando uno degli scenari più iconici del continente.

Siamo di nuovo al confine con la Tanzania.

Anche il safari è diverso rispetto ai primi giorni.

Qui non è consentito uscire dalle piste battute per avvicinarsi agli animali. Si percorrono esclusivamente le strade autorizzate, aspettando che siano loro a mostrarsi.

Amboseli è conosciuto soprattutto per i suoi elefanti.

Le grandi famiglie attraversano lentamente la savana, spesso con piccoli cuccioli al seguito.

Tra gli avvistamenti più curiosi ci sono anche numerose specie di uccelli. Riusciamo a osservare la spettacolare gru coronata e l’otarda kori, considerata l’uccello volante più pesante dell’Africa.

Naturalmente non mancano zebre, giraffe, antilopi e gnu.

Dopo tanti giorni di safari ci accorgiamo di una cosa buffa: animali che fino a una settimana fa avremmo fotografato per mezz’ora ormai li salutiamo quasi distrattamente, come se fossero diventati parte del paesaggio.

Poi arriva il momento che ci scioglie completamente.

Una femmina di elefante attraversa la pista con un cucciolo nato da pochissimi giorni.

Cammina ancora in modo incerto, inciampa di continuo e resta sempre vicinissimo alla madre.

Sono scene che raccontano la natura molto più di qualsiasi fotografia.

Il nostro ultimo pernottamento è al Tulia Amboseli Safari Camp, appena fuori dalla riserva.

Anche questa volta dormiamo in una tenda, ma l’atmosfera è diversa rispetto al Maasai Mara. Qui non serve essere accompagnati per spostarsi all’interno del camp dopo il tramonto e la notte è decisamente più silenziosa.

Forse siamo semplicemente più stanchi.

Oppure, dopo tanti giorni trascorsi nella savana, ci siamo abituati anche ai suoi rumori.

Ci addormentiamo sapendo che il mattino seguente ci aspetta l’ultimo game drive.

Poi la strada verso Nairobi.

L’aereo.

Il ritorno a casa.

Partiamo con migliaia di fotografie, qualche vestito impolverato e tanti ricordi.

Ma il bagaglio più importante è invisibile.

Il Kenya ci ha ricordato quanto il mondo sia immensamente più grande della nostra quotidianità. Ci ha insegnato ad avere pazienza nell’attesa di un avvistamento, a osservare senza fretta e ad accettare che la natura abbia tempi che non possiamo controllare.

E forse è proprio questa la cosa più preziosa che ci portiamo a casa.

Non soltanto aver visto gli animali dell’Africa.

Ma aver imparato, anche solo per qualche giorno, a sentirci ospiti del loro mondo.