MASAI MARA

UNA DISTESA SCONFINATA

IL VIAGGIO & NAIROBI

Non ti rendi conto di quanto sia vasto il mondo finché non ci sei dentro.

Qui, immersi nel Maasai Mara – il parco più famoso del Kenya, al confine con il Serengeti in Tanzania – questa sensazione diventa quasi tangibile. Siamo a bordo della nostra jeep insieme a Rafael, la guida che ci accompagnerà per tutto il safari. Ha un occhio incredibile: quando noi stiamo ancora osservando la savana, lui ha già individuato l’animale nascosto tra l’erba.

Il viaggio è iniziato il giorno prima. Siamo partiti dall’Italia alle 6:40 con un volo Lufthansa diretto a Francoforte. Dopo lo scalo siamo atterrati a Nairobi in serata, dove un taxi ci ha accompagnati fino all’hotel.

La capitale del Kenya, in realtà, non l’abbiamo praticamente vista. Senza una guida è fortemente sconsigliato uscire, soprattutto dopo il tramonto. Rafael ci spiegherà poi che la criminalità è ancora un problema concreto e che, per chi non conosce la città, è meglio evitare rischi inutili.

La mattina seguente ci accoglie con un sorriso e il classico saluto “Jambo”. Da quel momento il paesaggio cambia rapidamente. In poche ore lasciamo alle spalle il traffico e i grattacieli di Nairobi per attraversare piccoli centri abitati dove la vita si svolge tra case e negozi costruiti quasi interamente in lamiera. Tra una baracca e l’altra spuntano insegne di cliniche mediche, studi dentistici e piccoli hotel.

Le strade sono asfaltate, ma costellate di buche e continui saliscendi.

Eppure non sembra di essere in montagna: ci troviamo a quasi 2.000 metri di altitudine, mentre la sola Nairobi è già a circa 1.700 metri sul livello del mare.

Durante il tragitto facciamo tre soste. La prima in un piccolo negozio panoramico affacciato sulla Rift Valley. La seconda poco prima di Narok, per una pausa bagno e un caffè. La terza proprio a Narok, dove preleviamo alcuni scellini kenioti da un bancomat.

Dopo circa sette ore di viaggio arriviamo finalmente nel Maasai Mara.

L’asfalto lascia spazio alle piste sterrate, i paesi scompaiono e davanti a noi si apre una distesa sconfinata di savana. Qua e là sorgono piccoli villaggi masai, abitati da moltissimi bambini. Lungo la strada incontriamo numerose scuole e anche tante chiese cattoliche: perfino i minibus locali viaggiano con immagini di Gesù dipinte all’esterno.

Il nostro alloggio per le prossime tre notti sarà il Saruni Base Camp.

Chiamarla tenda è quasi riduttivo. È una vera camera d’albergo, immersa nella natura, dotata di ogni comfort.

Nel giardino saltano da un ramo all’altro alcuni cercopitechi verdi. Il personale ci avverte subito di nascondere cibo e medicinali in un’apposita cassa ai piedi del letto: le scimmie entrano spesso nelle tende e non perdono occasione per rubare qualcosa.

Osservando il camp viene spontaneo fare una riflessione. Tutto ciò che abbiamo visto lungo il tragitto sembra appartenere a un altro mondo. Da una parte c’è il Kenya reale, fatto di villaggi, povertà e disoccupazione – un problema ancora molto diffuso, come ci racconta Rafael. Dall’altra c’è la nostra bolla, costruita intorno al turismo dei safari.

La cosa che colpisce di più è proprio questa.

C’è chi nasce qui, vive a pochi chilometri dai leoni e non ne vedrà mai uno in tutta la vita.

RAFAEL, IL NOSTRO DRIVER E I GAME DRIVE

Poco prima del tramonto Rafael passa a prenderci per il nostro primo game drive.

Entriamo nella riserva vera e propria. Qui non esistono villaggi né abitazioni: soltanto animali liberi nel loro habitat naturale.

Bastano pochi minuti per capire che Rafael conosce questo luogo come casa sua.

Fa questo lavoro da venticinque anni.

Quando gli chiedo se gli piace, sorride e risponde semplicemente:

“With all my heart.”

Da quel momento inizia una conversazione che durerà praticamente tutto il viaggio.

Lui proviene dal centro del Kenya ed è della tribù Kikuyu, una delle più numerose del Paese. Si è trasferito a Nairobi in cerca di lavoro e, dopo aver iniziato come autista indipendente, nel periodo successivo al Covid è entrato a far parte di Spirit of Kenya.

Parla un inglese perfetto. Del resto il Kenya è stato una colonia britannica e l’inglese è ancora oggi una delle lingue ufficiali.

Il primo game drive è un susseguirsi di emozioni.

Vediamo antilopi, gazzelle, zebre, giraffe, facoceri, sciacalli e decine di altri animali. Ogni incontro ci sembra straordinario. Rafael, invece, li osserva con tranquillità e commenta quasi sempre con un sorridente “Very common”.

I veri protagonisti sono i grandi felini.

Quando qualcuno ne avvista uno, i ranger e i driver si avvisano immediatamente via radio.

Anche le regole sono molto rigide.

Si può circolare soltanto lungo le piste autorizzate e non è consentito scendere dal veicolo, fatta eccezione per rare situazioni (come il dover fare i propri bisogni). Gli animali sono ormai abituati alle jeep e le ignorano completamente. Una persona a piedi, invece, verrebbe percepita come una preda.

A un certo punto la radio si anima.

Un leopardo ha abbattuto una gazzella e l’ha trascinata sopra un albero, dove l’ha lasciata per tornare a mangiarla più tardi.

Il leopardo è considerato uno degli animali più difficili da avvistare nel Maasai Mara.

“L’ultima volta? Due mesi fa”, ci dice Rafael.

Nel giro di pochi minuti decine di jeep iniziano a convergere nella stessa zona.

L’attesa dura oltre un’ora.

Poi, all’improvviso, una sagoma compare tra l’erba alta.

È una femmina.

Con un balzo impressionante sale sull’albero e raggiunge la sua preda.

Nessuno parla. Si sentono soltanto gli otturatori delle macchine fotografiche.

Prima del rientro abbiamo ancora il tempo di osservare due leoni illuminati dalla luce calda del tramonto. Il sole rende la loro criniera quasi dorata.

È uno di quei momenti che difficilmente si dimenticano.

La sveglia suona presto.

Alle sei siamo già a colazione e poco dopo di nuovo in jeep.

La giornata si apre con l’avvistamento di una mamma ghepardo insieme al suo cucciolo.

Successivamente raggiungiamo una coppia di leoni nel periodo dell’accoppiamento. Rafael ci racconta che, durante questi giorni, possono accoppiarsi anche ogni quindici minuti per diversi giorni consecutivi. Terminato il periodo fertile, il maschio tornerà alla sua vita solitaria mentre la femmina rientrerà nel branco.

Proseguiamo attraversando la savana, piccoli torrenti e piste sempre più isolate, fino a raggiungere un fiume popolato da decine di ippopotami.

Qui facciamo la nostra pausa pranzo.

È uno dei rarissimi punti in cui è consentito scendere dalla jeep, naturalmente solo dopo che i ranger hanno verificato che l’area sia sicura.

Nel pomeriggio il rientro continua tra zebre, elefanti e struzzi.

Quando la mattina avevo pensato che sarebbe stata una giornata lunga, non immaginavo certo come sarebbe finita.

In serata veniamo colpiti da una pesante intossicazione alimentare.

Ancora oggi non sappiamo da cosa sia dipesa. Abbiamo sempre bevuto l’acqua filtrata del camp e prestato attenzione. La notte diventa infinita.

I limiti della tenda iniziano a farsi sentire, così come i rumori della savana. Fuori passano anche gli ippopotami. Per allontanarli il personale utilizza spari a salve e petardi.

Ripenso a quello che ci avevano detto il giorno prima, quando ci avevano praticamente obbligati a chiamare un accompagnatore (agitando una torcia) per raggiungere il ristorante dopo il tramonto.

Avevo scherzato chiedendo:

“È per le scimmie?”

La risposta era arrivata seria:

“Not only monkeys… remember where you are.”

In quel momento ho capito perfettamente cosa intendesse.

I MASAI:

Il quarto giorno è dedicato al recupero.

Restiamo al camp per quasi tutta la giornata, uscendo soltanto nel tardo pomeriggio per visitare un autentico villaggio masai, esperienza inclusa nel nostro viaggio.

Ad accoglierci c’è Alex, insieme agli altri guerrieri del villaggio.

Tra loro c’è anche il figlio del capo, che indossa un copricapo realizzato con pelle di leone. Un tempo, per diventare capo, era necessario ucciderne uno. Oggi questa pratica è vietata.

La visita inizia con le tradizionali danze di benvenuto.

Poi assistiamo alla celebre gara di salti, durante la quale i giovani cercano di dimostrare forza e resistenza. Più si salta in alto, maggiore è il prestigio all’interno della comunità e, secondo la tradizione, maggiori sono le possibilità di trovare moglie.

Entriamo quindi in una tipica abitazione masai.

È costruita con rami, fango, erba secca e sterco di mucca.

All’interno c’è pochissima luce. Una piccola finestra e il fuoco acceso sono le uniche fonti di illuminazione.

I letti sono semplici pelli di mucca stese su una struttura in legno.

Sono le donne a costruire le abitazioni, mentre gli uomini realizzano i recinti e si occupano del bestiame.

Ci mostrano anche il metodo tradizionale per accendere il fuoco.

Utilizzano un pezzo di legno d’ulivo e un bastoncino di acacia, che viene fatto ruotare rapidamente fino a creare una brace. La brace viene poi trasferita su sterco essiccato di elefante che, essendo ricco di fibre vegetali, prende fuoco con facilità.

Le donne indossano grandi orecchini e portano i lobi molto allungati: più sono grandi, maggiore è il loro fascino secondo la tradizione.

Un’altra usanza riguarda tutti i bambini del villaggio: intorno agli otto anni vengono rimossi i due incisivi centrali inferiori e, come simbolo del passaggio, ricevono una mucca.

I Masai sono un popolo originario del Sud Sudan. Ancora oggi vivono principalmente di allevamento e si spostano solo quando il bestiame non trova più pascoli sufficienti.

La loro vita segue ritmi completamente diversi dai nostri.

Ed è forse proprio questo il ricordo più prezioso che porteremo a casa dal Kenya.