✴️ = best choice!
Il treno ci lascia alla stazione di Lao Cai, nel nord del Vietnam. Da qui, per raggiungere Sa Pa, la cittadina principale della zona, prendiamo un taxi: circa un’ora di strada tra montagne e tornanti.
Il centro di Sa Pa è fortemente turistico. Nei pressi della stazione in cui si acquistano i biglietti per la funivia diretta al monte Fansipan, la vetta più alta del Vietnam, si incontrano molte donne delle etnie Hmong e Red Dao, provenienti dai villaggi circostanti. Vendono artigianato locale o si propongono — talvolta in modo piuttosto insistente — come guide per accompagnare i visitatori a piedi verso i villaggi.
La nostra meta è Ta Phin, un villaggio piuttosto distante. Non è stato semplice trovare una guida disponibile, ma alla fine si è proposta Sa Sa (il suo vero nome è Ly Thi Sa, più o meno nostra coetanea), originaria del villaggio di Lao Chai.
Per arrivare a Ta Phin esistono diversi percorsi: il più rapido segue la strada asfaltata, mentre quello più panoramico si snoda tra le risaie. Inutile dirlo, scegliamo quest’ultimo. Insieme a Sa Sa ci addentriamo così nei campi di riso. Il periodo della raccolta va da settembre a ottobre, mentre tra luglio e agosto le risaie sono al massimo del loro splendore, di un verde acceso. Noi arriviamo a novembre, ma troviamo comunque ancora qualche sfumatura di verde e, cosa piuttosto rara, una giornata limpida e senza nebbia.
Il sentiero non è segnalato: a volte c’è appena una traccia visibile. Sa Sa proviene da un altro villaggio e ha percorso questo itinerario solo una volta in passato, quindi a ogni bivio chiama la sorella per assicurarsi di non sbagliare strada. Il cellulare è molto usato, ma quasi esclusivamente per le chiamate: in molti, anche tra i giovani, non sanno né leggere né scrivere, perché solo le nuove generazioni frequentano la scuola fin da piccole. Con Sa Sa, però, non abbiamo difficoltà a comunicare: ha imparato l’inglese “per strada”, parlando con i turisti.
Il percorso è spesso fangoso e scivoloso. Attraversiamo terrazzamenti abitati da bufali, galline e cani, osserviamo coltivazioni diverse — mais, riso e fiori come l’indaco, usato per tingere i vestiti — e passiamo accanto a case isolate immerse nel verde. In una di queste ci fermiamo a conoscere una famiglia: una nonna ultraottantenne e due nipotini.
Facciamo una pausa pranzo nei pressi di Ma Tra, un villaggio circa a metà strada, al ristorante Nam Duyên. È un punto di sosta ideale per chi fa trekking: molto spartano, ma con cibo ottimo. Noi ordiniamo noodles e riso fritto.
Lungo il cammino incontriamo anche tre donne provenienti dal villaggio di Ta Phin, alcune appartenenti alla minoranza Hmong Neri, altre ai Dao Rossi. Sono state a lavorare nei campi e insistono perché acquistiamo alcuni borselli fatti a mano. In cambio, ci regalano piccoli oggetti realizzati sul momento con piante raccolte lì intorno.
Il sentiero prosegue tra continui saliscendi, con tanto fango e tratti scivolosi. Noi camminiamo in maniche corte, completamente accaldati, mentre loro considerano la temperatura piuttosto fredda — ad Hanoi, tra l’altro, ci avevano avvertito di un “freddo estremo”.
Sa Sa ci racconta che nel suo villaggio, Lao Chai, tutti gli abitanti appartengono all’etnia Hmong Neri, mentre a Ta Phin la popolazione è composta sia dai Dao Rossi — che rappresentano circa il 70% degli abitanti — sia da Hmong Neri.
Più in generale, nei villaggi attorno a Sa Pa convivono cinque etnie diverse:
Ognuna di queste etnie parla un proprio dialetto e si comprende con le altre solo tramite lingua vietnamita. Anche usanze, tradizioni e credenze religiose variano notevolmente.
Gli Hmong Neri, ad esempio, sono in gran parte cattolici, mentre i Dao Rossi seguono pratiche spirituali legate allo sciamanesimo: in ogni villaggio è solitamente presente uno sciamano che prega per gli antenati e guida i rituali della comunità.
Durante il cammino, Sa Sa si apre con noi e inizia a raccontarci qualcosa di sé. Ha 28 anni, è sposata e ha due figli, avuti molto presto: il primo quando aveva appena 17 anni.
Il marito non lavora: resta a casa con i bambini e beve molto. Quando beve, diventa aggressivo e lei spesso è costretta ad allontanarsi, rifugiandosi in altre case del villaggio. Ce lo racconta con una calma disarmante, spiegandoci che, per loro, situazioni simili sono considerate quasi normali. Nei villaggi possono scegliere il marito, ma ci si sposa giovanissimi, senza avere davvero la consapevolezza di cosa significhi. Lui ha solo un anno più di lei.
Sa Sa non è mai andata a scuola: non sa leggere né scrivere, eppure parla un inglese sorprendentemente buono, oltre a qualche parola di spagnolo e francese, imparati semplicemente ascoltando e parlando con i turisti. Ha affrontato tutto il trekking — oltre tre ore di camminata, pause escluse — indossando semplici ciabatte, dicendo che per lei è normale camminare anche quattro ore al giorno.
Possiede un motorino e vive in una casa di legno. Con i soldi che guadagna accompagnando i visitatori e vendendo dei prodotti tessili mantiene la famiglia e compra il riso. È uno di quei racconti che ti restano addosso: mentre lei cammina leggera nel fango, ti rendi conto di quanto la sua quotidianità sia distante dalla nostra, e allo stesso tempo incredibilmente concreta.
Arriviamo nel villaggio, un piccolo nucleo di case sparse tra i campi. Appena scesi, veniamo subito colpiti da una scena intensa: alcuni ragazzi hanno appena macellato un bufalo e lo stanno dividendo in strada. È un impatto forte, ma fa parte della quotidianità qui.
Raggiungiamo a piedi la homestay che avevamo prenotato su Booking, probabilmente tramite un’agenzia, perché i proprietari non sanno leggere né scrivere. Ad accoglierci c’è la suocera della proprietaria, che non parla inglese, ma ci accompagna subito nella nostra stanza. Laviamo le scarpe dal fango, con una spina d’acqua, e ci vengono date delle ciabatte per entrare in casa. La stanza è grande, con bagno privato e doccia — un piccolo lusso in un contesto così rurale.
La sera ceniamo vicino al fuoco, insieme alla famiglia: riso, noodles, involtini primavera, verdure tra cui il tipico susu, e del maiale affumicato preparato da loro. La proprietaria, che parla bene l’inglese, ci racconta della sua famiglia e delle tradizioni dei Red Dao. Due dei bambini presenti sono suoi figli, gli altri della sorella, che è anche lei a cena. Ci spiega che nella loro generazione possono scegliere il marito, ma la decisione finale è verificata consultando un libro sacro dello sciamano, che valuta la compatibilità in base alle date di nascita. Le generazioni precedenti, invece, si sposavano giovanissime: i nonni addirittura a 11 anni, avevano molti figli e spesso vedevano il volto del futuro coniuge solo il giorno del matrimonio.
Gli uomini suonano gli strumenti rituali — gong, tamburi, corno di bufalo — e alcuni studiano per diventare sciamani, una pratica che richiede anni di formazione. Le donne, invece, lavorano nei campi in estate e in inverno si dedicano al cucito: la proprietaria ci racconta che per realizzare il suo abito da matrimonio e quello del marito ha impiegato un anno intero, cucendo dalla mattina alla sera. Vivono tutti insieme nella homestay con la famiglia del marito: il suocero è sciamano e il marito sta studiando per diventarlo un giorno (ci vogliono 30 anni di studi, lo diventa solo il 3% della popolazione). Una vera famiglia allargata, con bambini pieni di energia – loro studiano sin da piccoli – e adulti con mani e piedi segnati dal lavoro, ma sempre ordinati.
Per gli ospiti preparano colazioni speciali, come crêpes con banane e miele, e su richiesta offrono i tradizionali bagni alle erbe della loro etnia. Nonostante siano vicini al confine con la Cina, non viaggiano mai: conoscono solo Sa Pa e non sono mai andati oltre. I turisti che arrivano fin qui provengono principalmente da Europa, America o paesi vicini come la Thailandia.
Sopra il fuoco sono appesi pezzi di carne ad essiccare, insieme a funghi e piante usate come rimedi naturali. Ci permettono di asciugare le scarpe vicino al fuoco e ci prestano anche un phon per i capelli, un piccolo gesto che fa sentire subito a casa.
L’ospedale più vicino si trova a Sa Pa, ma le cure costano molto. Il villaggio dista circa 20–30 minuti in auto, anche se il primo tratto è piuttosto dissestato.
È un luogo duro, pieno di contrasti — modernità e tradizione (i bambini giocano con i cellulari), povertà e comodità (hanno macchine grandi e nuove ma indossano solo ciabatte e la casa non ha un vero pavimento) — ma incredibilmente autentico e umano.
Oggi piove, quindi il nostro trekking salta — poco male, visto che le scarpe non si sono ancora completamente asciugate.
Dopo un’abbondante colazione in homestay — per il pernottamento più i pasti abbiamo speso appena 19€ — chiediamo se possono chiamarci un taxi per il rientro a Sa Pa.
Passiamo la mattina in un caffè del centro e poi pranziamo in un ristorante vegano ✴️ poco distante: davvero buonissimo, con un’atmosfera calda e accogliente, gattini che girano tra i tavoli e una piccola libreria che invita a rilassarsi.
Nel pomeriggio prendiamo un altro taxi fino al villaggio Lao Chai, dove abbiamo prenotato la seconda homestay. Lao Chai è più piccolo, ma anche più turistico di Ta Phin, con diverse botteghe e ristoranti. Intorno, le risaie immerse nella nebbia creano un paesaggio sospeso.
La nostra seconda homestay si trova su una collina e regala una splendida vista sulle risaie. Rispetto alla precedente, è più moderna e pulita, e anche i proprietari — una coppia con quattro figli — sono più “moderni” nello stile e nell’approccio.
La cena qui è davvero memorabile: gli involtini sono eccezionali, preparati dallo chef di casa, il marito, mentre la colazione con pancake è altrettanto deliziosa.
La proprietaria parla benissimo inglese, pur non avendo frequentato la scuola, ed è originaria del villaggio Ta Van, più grande e turistico, distante circa un’ora. Si è trasferita nella casa del marito. La famiglia è cattolica e di etnia Hmong; a pochi passi si trova una chiesa.
Usano ancora rimedi naturali per curarsi: coppette per il dolore alle spalle o corni di bufalo scaldati per il mal di testa. Ci hanno fatto provare anche i loro vestiti tradizionali, tutti cuciti a mano dalla proprietaria. Gli anziani li indossano quotidianamente, mentre i giovani li riservano a occasioni speciali.
Come molte famiglie della zona, non si spingono mai oltre Sa Pa: la loro vita si svolge nei villaggi e nei campi intorno. Rispetto ad altre etnie, non hanno più vincoli imposti dai libri sacri e possono scegliere liberamente il proprio marito, una libertà che fino a circa quindici anni fa non avevano.
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